Beato Giolo

L’eremita Giolo nacque a Sellano intorno alla metà del XIII secolo (1250 – 1315) da “parenti rustici ma timorati da Dio”. Ebbe rapporti (forse anche di parentela) con i conti d’Alviano del castello di Mevale. Fu consigliere delle famiglie e risolveva i contrasti che nascevano tra esse ed anche tra i comuni.
Condusse una vita da eremita fatta di preghiera e penitenza presso una grotta sul monte Giove vicino alla quale venne edificato intorno al XVI secolo l’oratorio di San Lorenzo.
Secondo la leggenda il Beato Giolo portò fino alla grotta della brace ardente ricevuta per carità avvolta nella tonaca che miracolosamente non si bruciò. La sua morte, avvenuta nel 1315, fu annunciata da eventi miracolosi (le campane del castello di Sellano suonarono senza essere toccate da mano umane) e la tradizione vuole che la disputa sorta tra gli abitanti dei castelli vicini per accaparrarsi il corpo dell’eremita venne “risolta” da una fitta nebbia che consenti ai soli sellanesi di trovare l’anfratto nascosto dove era riposta la salma e impedì agli altri popoli di giungervi facendo loro smarrire la strada. All’ingresso delle mura di Sellano uno zoppo, toccando il suo corpo, tornò sano. Fu sepolto inizialmente in San Lorenzo di Ottaggi e successivamente nella nuova pieve di Sellano. Dopo la sua morte il popolo affermò di ricevere molte grazie da lui, iniziò così a chiamarlo Beato ed il comune di Sellano chiese ed ottenne dal vescovo di Spoleto la possibilità di poterne celebrare la festa nel 1780 (festa poi estesa alla diocesi di Spoleto nel 1796).
In seguito alla riesumazione, voluta dall’Arcivescovo Radossi, le sue spoglie sono oggi conservate in un’urna metallica dorata posta nell’altare della Parrocchiale di Sellano che lo celebra come compatrono insieme a San Severino.
La grotta è posta in una posizione impervia e raggiungibile solo attraverso un angusto sentiero, ma è comunque meta di un intenso pellegrinaggio. I fedeli (anche malati e anziani) sono soliti sfiorare la roccia con le mani e molti prelevano piccoli frammenti di pietra da conservare in tasca tutto l’anno come protezione e devozione contro le malattie, dopo aver riposto le pietruzze prelevate l’anno precedente. Dalle pareti rocciose della grotta trasuda dell’acqua che si raccoglie in due piccole vasche ove, secondo la tradizione, si sarebbe lavato un rognoso che fu subito liberati dal male. L’acqua di una vicina sorgente, che si ritiene prodigiosamente scaturita dalla roccia viva per le preghiere del Beato Giolo, era bevuta dai fedeli “che vi concorrono per devozione, per essere liberati da molte infermità” e, come attesta lo Jacobelli, molti ne furono guariti.

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