L’evento sismico

L’area, a ridosso dell’Appennino, risulta ad alto rischio sismico ed è interessata da eventi disastrosi, che si ripetono almeno ogni cento anni; le notevoli ripercussioni dal punto di vista economico, sociale e culturale hanno portato al lento ma graduale declino dei castelli e ville del sellanese.
Già nel sec. VIV il territorio di Sellano fu particolarmente colpito dal terremoto: nel 1328 il cronista fiorentino Giovanni Villani riferiva che vi furono diversi tremuoti nella Marca nelle contrade di Norcia, per modo che quasi la maggior parte della città di Norcia sobissò e caddono le mura e le torri, case, palazzi e chiese e della detta rovina, perché fu subita di notte, morirono più di cinquemila persone. E per modo simile rovinò uno castello presso a Norcia, che si chiama le Precchie (oggi Preci), che non vi rimase persone né animale vivo; e per simile modo il castello di Montesanto, e per parte di Montesanmartino e di Cerreto, e del castello di Visso.
Le fonte archivistiche nelle quali è stato possibile reperire notizie relative al fenomeno sismico sono le serie dei verbali degli organi amministrativi dei singoli comuni (Consigli e riformante), i carteggi fra le varie gerarchie amministrative, le suppliche alle autorità per l’esonero dalle tasse, nonché i registri riguardanti l’attività finanziaria.
Per il territorio in questione sono state individuate varie testimonianze documentarie, in particolare su tre eventi rilevanti, che si sono succeduti dalla fine del sec. XVI alla prima metà del sec. XIX e precisamente i terremoti del 1600, del 1703 e del 1838. La lettera del vicario di Montesanto del 15 giugno del 1600 parla di un terremoto horrendo e crudele[i], mentre la cronaca del pievano di Montesanto del 21 marzo del 1703 riporta descrizioni dettagliate sullo stato degli immobili del paese, precisando che nessuna casa era più abitabile poiché quasi tutte erano crollate.
Due secoli dopo, lo storico dei fenomeni sismici Mario Baratta, nella sua opera [i]Materiali per un catalogo dei fenomeni sismici avvenuti in Italia
(1800 – 1872), pubblicata nelle Memorie della Società Geografica Italiana nel 1897, così descriveva il terremoto del 1838, che colpì gravemente anche il territorio di Sellano: “… A 3h pomeridiane del 5 gennaio a Spoleto due scosse gagliardissime,nel giorno 14 febbraio e dintorni, a 8h antimeridiane forte commozione tellurica che incusse grande panico e causò piccoli danni, a Spoleto durò 12 secondi. E li fabbricati già in cattive condizioni subirono nuove detrimenti; ne crollarono molti a Cerreto ad Agliano ad Aceva (Fraz. Di Campello), a Sellano e nella sua frazione Postignano”.
La scossa del 14 febbraio fu certamente avvertita sia a Spoleto, che fu in parte danneggiata, sia a Foligno dove si ebbero piccoli danni. I danni maggiori si concentrarono nell’area di Sellano, Acera, Cerreto di Spoleto e Postignano, dove, secondo quanto riporta la “Gazzetta privilegiata di Bologna” nell’edizione dell’epoca: i fabbricati che dalle scosse precedenti si trovavano già in molto disquilibrio, risentirono il più notevole pregiudizio e molti ne sono crollati.
La ricorrenza di questi eventi sismici, accertata sulla base del recupero della memoria e della storia sismica dei luoghi, impone non solo che siano adottate opportune misure per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio da futuri terremoti, ma rende ormai necessaria la diffusione di una cultura della prevenzione.
Per questo non è sufficiente disporre di un repertorio dei terremoti con le indicazioni delle date degli eventi, l’intensità del fenomeno e le località colpite, ma occorre organizzare ed allestire un centro che costituisca una sorta di osservatorio permanente sul terremoto, in cui i dati fisici documentati ed osservati vengano associati sia alle testimonianze storiche, desunte da documenti e cronache, sia all’attenta ricognizione di tutte le tracce che il terremoto ha lasciato nella cultura locale: dai segni premonitori che le tradizioni popolari individuano nel comportamento degli animali o nelle condizioni del tempo, alle formule di scongiuro, alle misure di protezione di carattere devozionale, per arrivare alle regolamentazioni edilizie, alle tecniche costruttive, alle tipologie edilizie ed ai materiali selezionati in base all’esperienza, fino alle dolorose scelte di definitivo abbandono dei siti.
L’osservazione del fenomeno si intreccia con l’osservazione dei comportamenti delle popolazioni colpite, non è tanto importante perciò descrivere l’evento, quanto capire come le comunità locali si siano attrezzate nel tempo per resistergli, quali saperi, quali competenze abbiano elaborato e quali strategie abbiano adottato per neutralizzare gli effetti del terremoto e ricostruire non solo gli edifici, ma anche il tessuto sociale ed economico.
Il castello di Montesanto, attualmente oggetto di un piano di recupero regionale, può assurgere a luogo simbolo del terremoto e trovare nuovi spunti di valorizzazione non solo nel risanamento del patrimonio edilizio, ma anche come osservatorio sismico per l’area appenninica umbro-marchigiana.

Testo tratto da “Castelli terre gente della Montagna”

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